La Nevrosi del Fuoco: La Caduta di Encelado tra Psicodramma e Cosmogonia
Tutto cominciò con la solita reunion di famiglia finita in carneficina.
I Titani — fondamentalmente una manciata di vecchi reazionari con seri problemi di gestione della rabbia e l'attaccamento nevrotico al passato tipico di Saturno — scoprirono che il giovane Zeus (un Giove pieno di sé, con un ego grande come l'Olimpo e un vestito su misura) voleva rottamarli.
Ora, se hai Plutone che spinge per il cambio di paradigma e tu insisti a rimanere abbarbicato alle vecchie abitudini, non finisci in pensione: finisci nel Tartaro.
Che, inciso, è la versione mitologica di un monolocale senza finestre nell'Inconscio Profondo, affittato a un prezzo esorbitante.
Gea, la Madre Terra, la prendeva sempre sul personale.
"Mio figlio non è nevrotico, ha solo le sue fasi!" protestava con il suo analista.
Così mandò in campo i Giganti.
A capo della spedizione c'era Encelado.
Se le descrizioni astrologiche di Marte e Plutone avessero avuto un figlio brutto, quello sarebbe stato Encelado.
Un tipo con sopracciglia che sembravano cespugli non potati e una bocca che pareva un inceneritore municipale fuori controllo.
Quando si arrabbiava — ed era sempre arrabbiato — sputava un tale fuoco marziale da darsi fuoco ai capelli da solo.
Ma siccome il Cosmo ha un macabro senso dell'umorismo, glieli faceva ricrescere all'istante, giusto in tempo per la successiva crisi d'ansia.Determinato a scalare l'Olimpo con la tipica ibris di chi pensa che la forza bruta sostituisca la terapia, Encelado iniziò ad accatastare montagne.
Prese il Monte Bianco, il Pindo, le vette asiatiche.
Un'impresa d'ingegneria cosmica guidata da un Urano palesemente sotto effetto di anfetamine. "Prendete pure i monti africani!" ruggiva Encelado, dimenticando che accumulare sassi non equivale a maturare spiritualmente.
Erano quasi arrivati alla scrivania di Giove quando intervenne Atena.
Atena era il tipo di dea che non solo aveva letto tutto Saturno e Mercurio, ma viaggiava sempre con una dose di lucidità uraniana in borsetta.
Indossò la sua armatura, chiamò la dea Nike — che all'epoca non era un brand di scarpe da ginnastica, ma la Vittoria in persona — e le disse: "Vai e regolami i conti con quel neandertalico sfogo cutaneo della Creazione".
Nike centrò Encelado in pieno petto, proprio dove risiede il Cuore Solare.
Il gigante cadde dall'alto dei cieli e piombò dritto nel centro del Mediterraneo con il rumore di una catastrofe cosmica e un'epica crisi d'identità.
Atena, senza neanche spettinarsi, gli rovesciò addosso una palata di terra e lo appiattì.
Ed è così che nasce la Sicilia: un gigante marziale ridotto a isola per direttissima.
Oggi Encelado giace lì, una gigantesca mappa anatomica della repressione ctonia: l'alluce bloccato sotto Erice, il busto schiacciato sotto Enna, e la testa incastrata proprio sotto l'Etna.
E ogni volta che l'Etna erutta tuoni, pomici e fumo — esattamente come descritto dal povero Virgilio nell'Eneide —, non è altro che un gigante ipocondriaco che si gira nel letto dell'esistenza, urlando al cielo che il soffitto è troppo basso e che la sua rabbia plutonica ha ancora un disperato bisogno di essere ascoltata.
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